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dicembre 2009.

PROGETTO EVA.

Eco Villaggio Autocostruito.

Sono 43 gli abitanti di Pescomaggiore, piccolo centro montano in provincia dell’Aquila, e il 6 aprile 2009 hanno perso la casa. È un terremoto di magnitudo 6.9 della scala Richter che colpisce il territorio abruzzese e molti territori limitrofi, danneggiandoli fisicamente e socialmente: gli sfollati sono 68.000, circa il 50% del patrimonio edilizio risulta inagibile, di cui la metà con danni strutturali ingenti. Pescomaggiore è un borgo di montagna del XII° secolo a 15 km dal centro dell’Aquila, e sorge a quasi 1000 m sul livello del mare a ridosso del Monte Croce nel Parco Nazionale Gran Sasso – Monti della Laga. Un borgo spesso dimenticato come tanti nel comune dell’Aquila. Ma a Pescomaggiore qualcuno decide di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi sismici che lo hanno colpito e di non aspettare con le mani in mano che arrivi il proprio turno e propone soluzioni concrete e rapide per affrontare l’inverno quasi alle porte. Il paese se lo ricostruiranno da soli, in autocostruzione.

L’ECOVILLAGGIO AUTOCOSTRUITO

Il progetto E.V.A. – Eco Villaggio Autocostruito nasce come concreta alternativa al Piano C.A.S.E., grazie al sostegno di B.A.G. – Beyond Architecture Group, gruppo nato nel 2009 per l’esigenza di riunire in un unico team le diverse esperienze di vari architetti nel campo della costruzione, della ricostruzione e della progettazione partecipata e sostenibile, che in Abruzzo si propone di collaborare al recupero del patrimonio architettonico della regione, drammaticamente sconvolta dal sisma, sia dal punto di vista paesaggistico sia culturale. La strategia di partenza è credere che l’emergenza non debba essere considerata un pretesto per imporre uno specifico standard costruttivo e sottovalutare le esigenze degli abitanti: è necessario intervenire nella ricostruzione tramite una progettazione partecipata, ascoltando innanzitutto le esigenze della popolazione, per poi accompagnarla verso l’edificazione del proprio spazio, non solo fatto di materiale edilizio ma soprattutto di tessuto sociale e interculturale. Ad entrare nel merito è l’architetto padovano Paolo Robazza, direttore dei lavori e progettista dell’eco-villaggio assieme al collega romano Fabrizio Savini, entrambi membri di BAG.

Come è nata l’idea di aprire il vostro “studiomobile” in una tendopoli abruzzese?

“I paesi, sparsi a piccoli gruppi nell’area del terremoto, li abbiamo conosciuti a fondo. Per giorni avevamo tradotto in cifre gli effetti del terremoto sulle strutture delle abitazioni, fatto sopralluoghi, compilato verifiche di agibilità, scritto relazioni. Così abbiamo deciso di tornare, di riutilizzare la nostra esperienza sul territorio. Ci eravamo resi conto dell’enorme quantità di lavoro e della necessità di tecnici specializzati per affrontarlo. Il 2 giugno 2009 arriviamo all’Aquila con un carrello tenda e dopo averlo piazzato all’agricampeggio partiamo alla ricerca di nuovi contatti. Parliamo con assessori, sindaci, tecnici del C.O.M. che ci introducono a chi gestisce l’emergenza nei comuni”.

Ma dove ha inizio il percorso che porta al progetto E.V.A.?

“Girando tra la gente ed i Comitati. Quasi per caso conosciamo Antonio, Dario ed i ragazzi del Comitato per la Rinascita di Pescomaggiore con i quali è iniziato questo lavoro. Volevano trovare un modo per restare nel loro paese ma non sapevano come, cercavano qualcuno che trasformasse i loro desideri in realtà, provasse a dar loro risposte. Noi, cercavamo chi volesse ascoltare le nostre soluzioni. Da lì è nata la spinta a cercare di concretizzare i nostri aiuti: è così che è nato il progetto”.

Quindi la progressiva stratificazione delle idee si è tramutata in realtà attraverso l’ascolto…

“Esatto, e attraverso una trasparente collaborazione tra popolazione, autorità locali, professionisti e imprese, trasformando un avvenimento naturale disastroso in un punto di partenza per una efficace ricostruzione, nell’ottica di ridare una casa a chi vive oggi in tenda e una rinascita, a chi non crede che ciò possa avvenire in un sistema globalizzato che tende ad orientare la gente verso la chiusura in se stessi e il deterioramento dei rapporti sociali”.

PARTECIPAZIONE, AUTOCOSTRUZIONE ED ECOSOSTENIBILITÀ

L’importanza del ruolo della partecipazione in processi rigenerativi del tessuto sociale, e non solo nella ricostruzione post terremoto degli edifici, viene messa in forte evidenza nelle parole dell’architetto Robazza: “Avevamo già un’idea di base elaborata nei mesi precedenti: costruire in maniera ecologica, lontano dalle speculazioni e soprattutto, coinvolgere gli abitanti. Un esperimento progettuale che ci ha portato a confrontarci con gli abitanti dei paesi del cratere, analizzare le loro abitudini e tradizioni e soprattutto quei bisogni nati dopo il terremoto. Partendo da esigenze personali e professionali, abbiamo individuato due linee essenziali nello sviluppo del progetto E.V.A.:riconfigurare il rapporto professionista-cliente- costruttore attraverso un percorso partecipato e realizzare strutture a basso impatto ambientale in autocostruzione”. Il percorso di progettazione partecipata è stato strutturato in due fasi strettamente legate, la prima, con un’indagine-ascolto sul territorio e, la seconda, con un laboratorio progettuale. L’indagine-ascolto ha consentito ai progettisti di adottare uno sguardo esplorativo, valorizzare la ricchezza dei punti di vista di tutti i membri del Comitato e costruire un quadro analitico del contesto il più possibile completo e paritario.

IL LABORTORIO PROGETTUALE

L’indagine è stata condotta attraverso l’outreach, ovvero con un ciclo di interviste. La seconda fase del percorso partecipato è avvenuta nell’ambito di un laboratorio progettuale (il cui scopo è stato quello di sviluppare proposte creative con il metodo della discussione di gruppo) con il fine di mettere a sistema le competenze tecniche e professionali con le istanze emerse dall’indagine- ascolto svolta sul territorio. I partecipanti sono stati chiamati ad avanzare suggerimenti senza esprimere giudizi sulle idee degli altri, ma sviluppando un’interazione costruttiva mettendo così a fuoco gli elementi che caratterizzano il progetto. “Ciò che conferisce un valore aggiunto al progetto – sostiene l’architetto Robazza – è soprattutto il rendere gli abitanti partecipi della trasformazione del proprio territorio ed è qui che il coinvolgimento si estende dalla progettazione e al cantiere grazie all’autocostruzione, prolungando la possibilità di confronto e scambio tra professionisti ed abitanti. Riteniamo che sentirsi parte di un progetto voglia dire parteciparvi dal momento della sua ideazione, in quella fase in cui ogni contributo può lasciarvi un’impronta. Questo avviene quando i desideri ed i bisogni trovano possibilità di espressione e di ascolto, quando ai dubbi corrispondono spiegazioni e risposte da parte di quei professionisti che possiedono le giuste competenze per darle. Alcune delle soluzioni costruttive che non sarebbero state comprese ed accettate senza un processo partecipativo, grazie allo stesso vengono fatte proprie dai ‘non addetti’ che costituiscono e costruiscono il progetto”. Da qui il tentativo di riscatto alla ricerca di un operare giusto, cosciente e complesso, rapportato alla natura e motore di solidarietà, un operare che si ritrova nella pratica dell’autocostruzione, nel costruire in comunità la propria casa. Grazie alla partecipazione e all’autocostruzione, l’anima dell’antico paese può rivivere nelle singole persone e nei rapporti di gruppo: la complessità di relazioni, l’abitare, il lavorare, il ritrovarsi e mille altri comportamenti diventano fatti inscindibili tra loro e lo spazio si conforma ad essi organicamente. Così una prassi operativa autogestita di mutuo aiuto, che ricorda molto da vicino il caso di Nuova Portis dopo il terremoto del Friuli del 1976, diviene un campo in cui sperimentare non solo particolari tecniche edilizie, ma soprattutto un modo di rapportarsi nuovo: un metodo d’intervento capace di utilizzare il potenziale costituito da quella che si può definire una “dimensione nascosta”, trascurata dal piano statale di ricostruzione e al di fuori dei meccanismi di mercato, che diventa espressione personale, elemento connettivo, moltiplicatore di legami e relazioni. Ma autocostruire le abitazioni è un’esperienza insieme gratificante e difficile: per velocizzare la costruzione si è resa necessaria la partecipazione di volontari e volontarie, anche non specializzati. In questo modo i futuri abitanti dell’Ecovillaggio partecipano attivamente alla costruzione delle loro case insieme ad un nutrito gruppo di persone. L’architetto Fabrizio Savini sottolinea come “il clima di collaborazione tra tutti i partecipanti consente di sentirsi parte di un progetto e riesce a garantire un lavoro costante e di qualità. Il coinvolgimento e lo scambio continuo porteranno all’effettiva corrispondenza tra bisogni espressi e risultati ottenuti, provando in tal modo l’efficacia del progetto. Questo, unito all’impiego di materiali economici, di facile reperibilità e con buone prestazioni tecniche come la paglia, conferisce all’esperienza di Pescomaggiore una qualità intrinseca che mostrerà tutta la sua solidità nel tempo”. Infatti, al termine dell’emergenza il nucleo potrà avere un’utilizzazione sociale e turistica coinvolgendo nella gestione gli abitanti di Pescomaggiore. Il complesso abitativo avrà infatti l’obiettivo di riqualificare il territorio, con i suoi famosi e meravigliosi paesaggi montani, attraverso un programma che ne promuoverà lo sviluppo turistico, proponendo inoltre una serie di attività agrozootecniche e di manutenzione del paesaggio, per preservarlo e riproporlo come attrattiva.

IL PROGETTO CON LA PAGLIA

Il progetto E.V.A. di Pescomaggiore scaturisce dalla necessità di fornire nel minor tempo possibile delle soluzioni abitative che permettessero ai residenti di rimanere sul proprio territorio mantenendo le proprie attività economiche e la rete sociale del paese. Essendo queste case autofinanziate, sia in fase progettuale sia in fase di realizzazione, l’orientamento progettuale si è indirizzato verso una strategia basata sulla massima economia. Sono state sviluppate due tipologie abitative molto simili tra di loro, una di 40 m2 e l’altra di 56 m2 di superficie interna, con struttura in legno che risponde alle normative antisismiche e ad un forte carico di neve. La forma del terreno e la sua pendenza hanno permesso di collocare i nuclei abitativi su due linee separate da un dislivello sufficiente a permettere anche a chi risiede in alto di avere una vista aperta e non occultata da edifici prospicienti. L’orientamento del sito consente di aprire a sud le finestre delle camere e del soggiorno-cucina, integrandole con una veranda esterna che si sviluppa su tutta la facciata e che permette di godersi la vista sulla valle. Sul lato nord invece c’è solo una finestra alta, quella del bagno, che garantisce la ventilazione e nasconde la vista a chi transita sulla strada antistante. In questo modo i raggi solari d’inverno possono penetrare dalle ampie vetrate e irradiare il pavimento riscaldandolo, mentre d’estate vengono schermati dai brise-soleil della veranda nelle ore più calde, mantenendo un alto benessere ambientale. I progettisti di B.A.G. hanno elaborato lo schema abitativo di base partendo da alcuni elementi chiave. “Chi entra in una casa di montagna tradizionale abruzzese si accorge che la vita domestica si svolge principalmente in cucina, dove il camino ha la funzione di riscaldamento e di luogo di socialità, mentre il salone spesso è usato solo la sera o per visite particolari. Un nuovo bisogno, nato dalla terribile esperienza del terremoto, è poi quello di avere sempre la possibilità di poter uscire all’aperto, per questo, grandi finestre e portefinestre aperte su verande sono l’altro requisito fondamentale: psicologicamente è importante per chi ha vissuto un terremoto sapere che l’uscita è vicina e fruibile”. In questo schema distributivo un cardine è proprio il camino, il mezzo per riscaldare e cucinare, ma anche il protagonista dell’ambiente più vissuto durante la giornata, il punto di incontro della vita domestica. In questa ottica lo studio di spazi contenuti ha permesso di racchiudere in un unico ambiente la zona cucina e quella del soggiorno, consentendone un utilizzo diversificato in base alle esigenze. Da qui si passa al disimpegno che riserva uno spazio dedicato alla conservazione di cibi, bevande e di tutto quello che gli abitanti di queste zone autoproducono, eventualmente con l’immancabile congelatore a pozzetto per le scorte. Tanto il soggiorno quanto le camere da letto hanno ampie porte finestre che, oltre a garantire abbondante illuminazione e ventilazione, hanno la funzione di mantenere una relazione diretta con l’esterno tramite la veranda. La tecnologia delle pareti in paglia entra in questo contesto più per necessità che per stravaganza o sperimentazione. “La paglia racchiude in sé un sistema co struttivo semplice, economico e ad alto rendimento termico – conferma Caleb Murray Bourdeau, del team B.A.G. – Il costruire in balle di paglia vanta oggi un’evoluzione che ha le sue origini in America intorno alla metà dell’800 con la costruzione delle prime macchine agricole. La tecnica viene perfezionata nel corso del secolo scorso al fine di rispondere al meglio alle esigenze delle moderne abitazioni e si diffonde in Europa intorno al 1990 grazie a Barbara Jones, la quale apporta modifiche necessarie alle esigenze climatiche e ambientali del Regno Unito dove realizza le prime costruzioni. Le balle di paglia utilizzate sono di dimensioni standard di cm 100x45x35, quindi facili da sollevare e da posizionare e non richiedono competenze particolari per essere utilizzate. Una volta completati muri, la finitura con intonaco di calce e sabbia sui due lati le rende ignifughe e isolate. La trasmittanza termica per una parete in paglia di 45 cm di spessore è di 0,13 W/m2K, circa un terzo di una convenzionale parete di forati con intercapedine. Significa che la casa con questa coibentazione d’inverno necessita solo di una stufa o caminetto che resti acceso poche ore al giorno per mantenere un livello igrotermico ottimale in tutti gli ambienti, mentre d’estate resta piacevolmente fresca, garantendo una riduzione di costi annui del 75% rispetto alle moderne abitazioni. Per quanto riguarda la resistenza al fuoco, i muri costruiti in balle di paglia ed intonacati, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, offrono ottime prestazioni, potendo resistere per 3 ore a temperature di circa 1000°C. Le balle di paglia sono anche un buon materiale fonoassorbente: spesso sono utilizzate nella realizzazione di studi di registrazione e vengono impiegate nelle barriere acustiche lungo le autostrade o in prossimità degli aeroporti. Contrariamente a quanto si può ipotizzare, la paglia è poi un materiale ipoallergenico e non può causare febbre da fieno perché non si tratta di fieno, ossia non è costituita da erba tagliata ed essiccata, ma è un sottoprodotto dei cereali quali il grano, l’orzo, l’avena e simili. La sua reperibilità è garantita quasi ovunque, poiché i cereali sono alla base dell’alimentazione dell’uomo ed, inoltre, è un prodotto rinnovabile annualmente. L’aspetto ancor più interessante, a fronte di tali prestazioni, è l’economicità del prodotto ed i i ridotti costi di manodopera, per la semplicità della tecnica di produzione e la velocità di costruzione: l’acquisto ed il trasporto a casa di ogni balla, può costare tra 1,50 e 2,50 euro. Considerando che un’abitazione di 70 m2 richiede l’impiego di circa 280-320 balle, si ha che il costo del materiale si aggira complessivamente tra i 420 ed i 775 euro. La coibentazione interna è ottimizzata dall’isolamento del tetto in cellulosa e da quello della soletta di calcestruzzo, isolata con un apposito cappotto, che funge anche da base per il pavimento. La produzione di energia elettrica sarà garantita dall’utilizzo di impianti fotovoltaici da 3kWp per casa, posizionati sul piano di copertura. L’orientamento delle abitazioni e l’inclinazione delle falde rendono ottimale il loro impiego. Il solare termico per la produzione di acqua calda, il recupero delle acque piovane e la predisposizione di un impianto di fitodepurazione per il trattamento delle acque di scarico sono altre caratteristiche che rendono questo complesso di abitazioni un ecovillaggio ad alta efficienza energetica.